Non è un libro che si lascia leggere con distacco.
Niente e così sia non ti accompagna: ti mette davanti a qualcosa che, in fondo, conosci già ma che preferisci non guardare fino in fondo.
La guerra, sì. Ma non nel senso più immediato. Non le immagini, non le cronache. Piuttosto il modo in cui la accettiamo.
E oggi, mentre il mondo sembra attraversare una stagione particolarmente turbolenta e triste, attraversata da guerre che tornano a essere presenza quotidiana, queste pagine pesano ancora di più.
Non come memoria storica, ma come qualcosa che riguarda il presente. La Fallaci non costruisce una narrazione. Smonta una convinzione. Quella per cui esistono morti diverse. Morti che fanno rumore e morti che passano sotto silenzio.
“Perché dimmi: che differenza c'e fra un uomo ammazzato ad un balcone e un uomo ammazzato in trincea? È giusto, dimmi, che per il primo si dia fuoco alle città e per il secondo non si accenda nemmeno un fiammifero? È logico, dimmi, mandare alla sedia elettrica l'assassino che sparó due colpi e poi dedicar francobolli a coloro che senza sporcarsi le mani spararono milioni di colpi? È sempre stato così, d'accordo, perché la storia è sempre stata fatta dai vincitori, d'accordo. E con questo? Io voglio una storia dove un uomo conta perché è un uomo e non un vincitore. Una storia dove le creature non sono numeri, non sono carne da macello, sono persone la cui morte, ogni morte, merita furia e dolore e incendi e saccheggi.”
È difficile leggere queste parole e restare comodi.
Perché non si limitano a denunciare la guerra, mettono in discussione il modo in cui la rendiamo accettabile.
Siamo abituati a indignarci per l’omicidio, molto meno per la guerra. Non perché sia diversa, ma perché abbiamo imparato a chiamarla in un altro modo. E forse è proprio questo il punto che oggi pesa di più.
Non la violenza in sé, ma la facilità con cui riusciamo a distinguerla, a classificarla, a renderla sopportabile quando rientra dentro certe categorie.
Chi uccide da solo è un assassino. Chi uccide dentro una guerra, spesso, diventa altro. E noi accettiamo questa differenza senza quasi accorgercene.
La Fallaci no. Non accetta il linguaggio, non accetta le categorie, non accetta nemmeno la storia così come ci è stata raccontata.
E questo rende il libro ancora oggi difficile da ignorare.
Niente e così sia non consola, non spiega, non chiude. Lascia aperta una domanda che, in un tempo come il nostro, diventa inevitabile:
quanto siamo disposti, davvero, a mettere in discussione ciò che abbiamo sempre considerato normale?