Il 14 aprile si è celebrato il World Quantum Day.
A prima vista può sembrare una di quelle ricorrenze che riguardano soprattutto scienziati, laboratori, cose lontane dalla vita di tutti i giorni. In realtà, secondo me, tocca molto più da vicino il nostro tempo di quanto sembri.
Perché il punto non è soltanto il quantistico in sé. Il punto è che viviamo sempre di più dentro un mondo che si regge su ciò che non vediamo. Non vediamo i sistemi che custodiscono i nostri dati, non vediamo davvero l’architettura tecnica che sostiene comunicazioni, finanza, archivi, sicurezza digitale. Eppure ogni giorno affidiamo a tutto questo una parte enorme della nostra vita, quasi senza pensarci.
Ed è proprio qui che questa giornata diventa interessante. Non tanto perché ci parla di un futuro remoto, ma perché ci ricorda che il futuro è già cominciato da tempo, solo che spesso prende forma in silenzio. Prima ancora di mostrarsi, agisce. Prima ancora di essere capito, modifica il nostro modo di vivere.
A questo punto, per me, entra in gioco anche il mio amato Severino. Perché la tecnica oggi non è più soltanto uno strumento tra gli altri. Non è più qualcosa che usiamo e basta. È diventata sempre di più il vero orizzonte dentro cui ci muoviamo. Severino questo lo aveva visto con grande lucidità: la tecnica tende a diventare la forma dominante del nostro tempo, il luogo in cui si concentra la volontà di accrescere indefinitamente la potenza, di rendere tutto disponibile, calcolabile, trasformabile.
E il quantistico, in fondo, si inserisce proprio qui. Non è soltanto una nuova tappa della ricerca scientifica. È un altro passo in questa crescita della potenza tecnica. Più calcolo, più previsione, più capacità di intervenire, più tentativo di ridurre l’incertezza. Tutto questo affascina, naturalmente, ma non è neutro.
Perché ogni volta che cresce la potenza della tecnica, cresce anche una tentazione: quella di pensare che valga davvero solo ciò che può essere controllato, protetto, accelerato, reso efficiente. E allora la domanda importante non è solo che cosa riusciremo a fare, ma che cosa stiamo diventando mentre aumentiamo così tanto la nostra potenza.
Quando si parla di quantum computing, molti pensano ancora a qualcosa di lontano, quasi fantascientifico. Ma il futuro, spesso, non arriva come spettacolo. Arriva come fragilità. Arriva nel momento in cui capiamo che gli equilibri su cui ci sentivamo al sicuro potrebbero non essere così stabili. Arriva quando una promessa tecnologica smette di sembrare teoria e inizia a toccare la sicurezza, la fiducia, la tenuta stessa del mondo digitale.
Ed è questo che mi colpisce di più: ci accorgiamo davvero del cambiamento non quando viene annunciato, ma quando comincia a incrinare ciò che davamo per scontato. Finché qualcosa appartiene al domani, resta lontano. Quando invece sfiora il presente, allora cambia tutto.
Forse è anche per questo che giornate come questa meritano attenzione. Non perché dobbiamo trasformarci tutti in esperti di fisica quantistica, ma perché ci offrono un’occasione per riflettere sul mondo che stiamo costruendo. Un mondo sempre più potente, sempre più sofisticato, sempre più invisibile. E proprio per questo, forse, anche sempre più difficile da abitare con vera consapevolezza.
Il problema, alla fine, non è che il futuro stia arrivando. Il problema è come ci trova. Ci trova più forti, più capaci, più attrezzati, ma ci trova anche più profondi, più lucidi, più capaci di dare un senso a tutta questa potenza?
Ed è qui che il World Quantum Day smette di essere una semplice ricorrenza scientifica. Diventa quasi un promemoria. Ci ricorda che le cose più decisive non sono sempre quelle che vediamo. E che spesso il futuro comincia proprio lì, nel punto in cui l’invisibile smette di essere sfondo e diventa forza.
Voi come vivete questa evoluzione? Vi spaventa l’idea di una potenza tecnica sempre più invisibile e fuori dal nostro controllo diretto, oppure pensate che riusciremo a sviluppare gli anticorpi culturali per gestirla e darle un senso?